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Plagio dei Videogiochi: Una svolta legale ha cambiato l’industria

E’ noto che il Diritto d’Autore ed Editore in Italia non era riconosciuto, in quanto un vuoto normativo permetteva di aggirare la protezione del software, definita come opera intellettuale o dell’ingegno.

Negli anni ’80, l’Italia, come gran parte del mondo civilizzato, si trovava in una fase di transizione tecnologica. Mentre la scena dei videogiochi e del software si stava rapidamente sviluppando, il quadro legislativo rimaneva ancorato al passato, incapace di tenere il passo con l’innovazione che stava cambiando il volto della società. Il diritto d’autore e le leggi sull’editoria, pensate per proteggere opere letterarie, artistiche e musicali, non erano pronte a tutelare chi si dedicava alla creazione di software.

In quegli anni, i programmatori italiani si trovavano a navigare in acque sconosciute, creando codici e programmi che avrebbero potuto cambiare il mondo, ma senza una rete di protezione legale che li tutelasse. Il software, a quel tempo, era visto più come uno strumento tecnico che come un’opera intellettuale. Questa percezione limitava la comprensione del suo valore e, di conseguenza, la sua protezione legale.

La legge era in ritardo rispetto alla tecnologia. Le opere letterarie e artistiche, tradizionalmente protette, avevano contorni ben definiti. Ma come si poteva proteggere un insieme di righe di codice? Era il codice sorgente a dover essere tutelato? O forse l’algoritmo, o ancora l’interfaccia utente? Questa ambiguità rendeva difficile per i legislatori creare norme efficaci e per i creatori ottenere la protezione di cui avevano bisogno.

A complicare ulteriormente la situazione, la distribuzione del software avveniva principalmente su supporti fisici, come cassette e dischetti, facilmente duplicabili. La tecnologia stessa rendeva semplice la copia illegale, e senza strumenti legali forti, chi produceva software si trovava spesso senza difese contro il plagio e la pirateria.

Nel frattempo, il mondo del software continuava a evolversi a un ritmo vertiginoso, mentre la legislazione rimaneva ferma, incapace di adattarsi alla nuova realtà. Solo con il passare del tempo, con il riconoscimento crescente del valore economico e intellettuale del software, e grazie a normative più mirate, si iniziò a colmare quel vuoto. L’introduzione di leggi specifiche, come il recepimento della Direttiva Europea sul software (91/250/CEE) del 14 maggio 1991, iniziò finalmente a offrire quella protezione tanto necessaria ai pionieri del software in Italia. Ma ormai era tardi, la Golden Era era già superata da un decennio e chi era capace, con il proprio ingegno a produrre software o si era dedicato ad altro o aveva tolto le tende alla ricerca di terreni vergini e più produttivi.

Infatti, tutto ciò determino un’assenza di competitor e sviluppatori Italiani, tanto che è universalmente riconosciuta la tesi (tranne che per alcune realtà commerciali) che in Italia le software house non videro la luce. Si viveva di software importato (legalmente), plagiato e redistribuito in vari modi più o meno legali. Addirittura molti nomi noti delle software house di origine estera, si rifiutarono in quel decennio e negli anni a venire, di distribuire i propri prodotti in Italia a causa della pirateria. Non era infrequente che molti prodotti approdassero in Italia da mercati paralleli.

Questa storia è rappresentiva di un periodo cruciale, in cui l’ingegno e l’innovazione dovevano fare i conti con una società che non era ancora pronta ad accoglierli ma che presto avrebbe riconosciuto il loro valore, ponendo le basi per l’industria del software che conosciamo oggi.

Emblematico fù il caso del Gruppo Editoriale jackson di Milano, che citò la SIPE per manifesto plagio di alcune opere realizzate da Mikro-Gen, di cui Jackson risultava essere l’esclusivista per la distribuizione in Italia.

Un episodio segnò un punto di svolta nella lotta contro il plagio nel settore informatico. La pretura di Milano, con una decisione che avrebbe fatto storia, inflisse un duro colpo a chi distribuiva delle opere videoludiche senza autorizzazione, mettendo fine alla produzione di un programma che imitava sfacciatamente uno dei titoli più popolari dell’epoca.

La vicenda iniziò quando il Gruppo editoriale Jackson, scoprì che una società dal nome SIPE, aveva messo in commercio una raccolta di videogiochi venduta a un prezzo stracciato. Il problema era che tra questi, spiccava “Halfpenny Family”, una copia quasi perfetta del celebre videogioco “Wally Family”, lanciato dalla Jackson con grande dispendio di risorse e una campagna pubblicitaria di ampia portata.

La SIPE non si era limitata a plagiare un solo gioco. Nella stessa raccolta, si trovava anche “Dreaming”, una copia spudorata di “Pyjamarama”, un altro titolo di punta della Jackson.

La scoperta fu un colpo basso per la casa editrice, che aveva investito tempo e denaro per garantire la qualità e l’originalità dei propri prodotti, protetti dal marchio di autenticità che ne tutelava il software.

Decisa a difendere i propri diritti, la Jackson si rivolse alla magistratura, presentando un ricorso dettagliato in cui denunciava la SIPE per plagio. La pretura, dopo aver esaminato le prove, non ebbe dubbi: la SIPE doveva cessare immediatamente la produzione e la vendita dei videogiochi copiati. Inoltre, ordinò il sequestro di tutti gli esemplari già distribuiti e la cancellazione dei nastri magnetici contenenti il software plagiato.

La decisione del pretore segnò un momento cruciale nella storia della protezione del software in Italia. Il 10 ottobre 1985, data fissata per l’udienza definitiva, sarebbe stato un giorno decisivo, ma già da subito era chiaro che l’industria del software non sarebbe più stata la stessa. La sentenza rappresentava un avvertimento per chiunque tentasse di violare i diritti d’autore in un settore che stava crescendo esponenzialmente, indicando che la legge era pronta a proteggere chi innovava e investiva nella creazione di contenuti originali. (Fonte: Corriere della Sera del 24 settembre 1985)

Questa vicenda, con il suo esito risolutivo, divenne un simbolo della lotta contro il plagio e contribuì a stabilire un precedente importante per la tutela dei diritti nel nascente mondo del software.

Ovviamente il mercato illegale di software non si arrestò ma questa vicenda creò un precedente perchè finalmente si parlasse di “violazione del diritto d’autore”.

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